Revue Romane, Bind 8 (1973) 1-2

Ingemar Bostrom: La morfosintassi dei pronomi personali soggetti della terza persona in italiano e in fiorentino; Romanica Stockholmiensia 5, Stockholm, 1972, pp. 182.

Magnus Ulleland

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L'opera del Bostrom (in seguito chiamato il B.) porta il sottotitolo : Contributo allo studio storico dei rapporti fra Vitaliano standard e la varietà fiorentina. Di italiano standard ci sarebbero tre tipi: 1 ° la norma del Bembo, in parte formulata in regole e, dove queste fanno diffetto il B. studia il sistema grammaticale nelle prose bembesche; 2" la norma del Manzoni, come inamfebLcttciM iielì'cdiziuno definitiva dei Promessi Sposi (1840) e, 3° la norma della lingua letteraria moderna che sta sviluppandosi all'epoca nostra. Il B. discute, strada facendo, una gran quantità di problemi, ma si accinge anzitutto, come il lettore avrà indovinato, a studiare i rapporti tra la norma bembesca e il fiorentino arcaico (il presunto modello di essa), e i rapporti tra la norma manzoniana e il fiorentino parlato dal ceto colto all'epoca sua (il presunto modello). Da questa problematica fondamentale sorgono altre domande importantissime: qual'è stato l'influsso della norma bembesca sugli scrittori fiorentini dell'epoca seguente, e qual'è stato l'influsso della norma manzoniana sugli scrittori fiorentini dopo il 1840, quali sono i rapporti tra i tre tipi di italiano standard e via di seguito.

Per poter studiare i rapporti tra le varie norme di lingua e la varietà fiorentina attraverso i secoli, il B. ha avuto bisogno di un corpus testuale, costituito da testi scelti dal '200 fino ai nostri giorni. Questo corpus viene diviso in cinque periodi, così: Io dall'inizio del '200 alla metà del '400 (fiorentino arcaico), 2° dalla metà del 400 al 1525 (l'anno della pubblicazione delle Prose bembesche), 3° dal 1525 al 1612 (l'anno della pubblicazione del Vocabolario della Crucca;, 4 dal 1612 al 1840 (PromessiSposi) e, finalmente 5° dal 1840 ad oggi. Ap. 8 il B. esprime una forte riserva per quanto riguarda questo periodizzare, a nostro avviso a torto: una volta scelti il Bembo ed il Manzoni come cardini della ricerca, questo periodizzare sembra essere

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molto ben fondato, forse con Tunica riserva nostra che il «segnaperiodo» 1612 sembra un po' arbitrario, a meno che si volesse elevare la norma del Vocabolario al rango di italiano standard, il che non sarebbe stato, forse, tanto innaturale, almeno per chi studia i PPS; si veda pp. 94-95.

Come base concreta par l'analisi dei rapporti tra i diversi tipi di lingua e l'uso fiorentino il B. ha scelto lo studio dei pronomi personali soggetti (PPS) di terza persona; senza sapere, come constata egli stesso, se questo microsistema sia oppure no rappresentativo del sistema grammaticale nel suo complesso.

Per la classificazione dei suoi materiali il B. ha avuto bisogno di un sistema di categorie sul piano paradigmático e tale sistema, esposto a pp. 9-10, si basa sull' opposizione genere/non genere con l'opposizione secondaria maschile/femminile, e sull'opposizione numero/non numero con l'opposizione secondaria singolare/ plurale. Così si arriva ad un sistema di nove possibili categorie paradigmatiche, di cui due si manifestano come «caselle vuote». Altre possibili opposizioni vengono discusse e respinte come impertinenti, anche quella di animato/inanimato che riguarda, secondo il 8., solo l'italiano moderno. Ma come dice giustamente il 8., p. 22: «non basta indicare la categoria morfologica a cui appartiene un certo PPS; è altrettanto essenziale constatare qual'è la sua posizione nella frase». Perciò stabilisce, p. 23, un sistema di categorie sul piano sintagmatico basandosi sull'opposizione ANTE/POS (ossia: PPS anteposto o posposto al verbo) con l'opposizione secondaria di CON/DIS (ossia: posizione congiunta o disgiunta: il PPS può essere separato oppure no dal verbo mediante altri elementi). Viene poi controllato se il PPS si trova davanti a vocale o consonante o in posizione assolutamente finale (nel caso di POS). Così si arriva a dieci possibili categorie sintagmatiche.

Il B. espone dunque i suoi materiali (più di cinquantamila trovate di PPS, se non sbagliamo) divisi in periodi 'testuali', cioè il Bembo, il Manzoni (vengono considerate le due edizioni, benché con italiano standard si intenda sola la seconda e definitiva) e poi i cinque periodi precisati sopra. Entro ogni periodo i PPS vengono presentati prima nelle loro nove categorie morfologiche (paradigmatiche), entro ogni categoria viene poi presentato ogni PPS statisticamente col numero totale di trovate, col numero di trovate in ognuna delle dieci posizioni sintagmatiche, e accanto a queste cifre assolute (frequenza assoluta) vengono anche indicate le cifre relative (frequenza relativa) quando il numero di esempi supera la cifra di 50 (e molte volte anche quando è minore). Dopo ogni statistica di un PPS individuale viencdata una certa quantità di esempi. Dopo ogni 'periodo' segue una conclusione.

Questo metodo d'esposizione viene eseguito, a quanto pare, con la massima precisione, e salvo qualche lieve inesattezza terminológica qua e là, l'esposizione è indubbiamente chiarissima, benché, bisogna dirlo, non poco monotona, com'è sempre il caso di una presentazione che si potrebbe forse caratterizzare come 'statistica ragionata'. Il lettore che di tempo in tempo potrà avere l'impressione di annegare in dettagli, si può a ragione o a torto domandare se non sarebbe stato possibile separare di più la parte statistica e la parte ragionata.

Il libro si chiude con sei specchietti, cioè statistiche: una per ciascun periodo testuale e una per Bembo e Manzoni (le due edizioni). In queste statistiche si danno solo le cifre assolute all'asse paradigmático nei vari testi. La presentazione 'spezzata' per quanto riguarda la frequenza relativa all'asse sintagmatico, ha naturalmente il vantaggio di lasciare all'autore la possibilità di dare commenti precisi ad hoc,

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ma anche se tale metodo risulti indispensabile, non sarebbe forse stata una cattiva
idea raccogliere anche queste statistiche in specchietti finali.

Questi dubbi, e sono dubbi più che certezze, riguardano però soltano la presentazione, la parte pedagogica per così dire: per quanto riguarda la giustificazione di metodi statistici in ricerche di questo genere, nessuno può essere in dubbio, dopo aver studiato il libro del B. Il sistema pronominale italiano di terza persona presenta in tutti i tempi una vera giungla di forme differenti. Tipologicamente il sistema cambia poco attraverso i secoli, cioè: poche forme spariscono totalmente, poche forme vengono aggiunte. Un'analisi statistica come quella del B. rivela però differenze considerevoli tra epoca e epoca, tra autore e autore, tra lingua letteraria e lingua parlata, tra una norma ed un'altra, e via di seguito. Un dato PPS può entro un sistema avere una frequenza molto alta, in un altro una frequenza bassa, e se la frequenza rimane inalterata, può capitare che l'uso sia totalmente cambiato all'asse sintagmatico, cioè : che il pronome non si usi più nella stessa posizione di prima. La tesi del B. fornisce ricche informazioni su cambiamenti di questo genere, ma sono cambiamenti non di natura tipologica, ma verificabili solo come tendenze a base statistica.

Non è questo il luogo di precisare tutte le scoperte interessanti del B. nei loro particolari, ma possiamo accennare, per quanto riguarda le due domande principali avanzate dall'autore, che il sistema del Bembo (il primo standard) non rispecchia così fedelmente il fiorentino arcaico, come di solito si suppone. La norma bembesca si distingue dal fiorentino arcaico anzitutto nella sua preferenza per le forme che risalgono al latino ipse, specialmente il maschile plurale ESSI. Solo due autori trecenteschi, Dante e Boccaccio, mostrano la stessa tendenza. Il B. pensa perciò che la norma bembesca rispecchi l'uso boccacciano più che il fiorentino arcaico in genere, secondo noi una conclusione di per sé ragionevole; ma il B. non si accinge a spiegare perché i due grandi trecentisti deviino, in questo rispetto, da ciò che sembra essere la norma fiorentina all'epoca loro. L'uso del Boccaccio potrebbe forse, suggerisce il 8., esser dovuto ai suo iuugo soggiorno a Napoli o forse sarebbe imitarione cfi Dante. Ma se accettiamo la spiegazione napolitana, l'uso dantesco rimane inspiegato, e se accettiamo la spegazione dantesca (imitazione del Convivio), l'uso dantesco rimane inspiegato lo stesso.

Forse non si tratta di imitazioni: può darsi che Dante e il Boccaccio (e persino anche il Bembo) siano stati sensibili all'ambiguità grammaticale innata nel sistema pronominale del fiorentino arcaico (che non distingue tra singolare e plurale nei PPS maschili); tanto sensibili da sfruttare intuitivamente o volutamente l'altra possibilità: i pronomi che risalgono a ipse. Si noti la documentazione del B. relativa al fatto che il Bembo raccomanda solo ESSI accanto a EGLI, ELLA, ELLE, ma usa difatti anche ESSO, ESSA, ESSE. Infin dei conti: Dante e Boccaccio non hanno inventato i pronomi in ESS-, ne fanno soltanto un uso molto più frequente di quanto non sembrino fare gli altri scrittori del '200 e del '300, i quali erano forse, in fatto di grammatica, meno coscienti dei due grandi poeti.

Per quanto riguarda il secondo italiano standard, la norma manzoniana - il B. lo dimostra molto chiaramente - devia considerevolmente dal suo presunto modello: il horentino parlato dai ceti colti nella prima metà dcll'Boo. La lingua manzoniana non si identifica col fiorentino parlato nemmeno nei dialoghi. La prosa manzoniana «conserva in gran parte l'uso letterario tradizionale che si era sviluppato a Firenze durante la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento e che dava la preferenza ai

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PPS EGLI, ESSA, ESSI ed ESSE». Dall'altra parte, la norma manzoniana ha avuto un influsso considerevole sugli scrittori fiorentini fino ad oggi, e non solo su di loro, ma anche sul linguaggio parlato colto che dopo il Manzoni ha rinunciato ad esempio all'uso delle forme ridotte atone, così tipiche del fiorentino parlato dal '400 in poi.

Molte altre cose, messe in rilievo dal 8., sarebbero state degne di menzione, ma per non essere troppo lunghi, torneremo ora al principale tema di studio, come precisato dal B. Nella sua introduzione presenta il suo studio principalmente come un contributo allo studio storico dei rapporti fra l'italiano standard e la varietà fiorentina, benché sia evidente che altri studi di questo genere possano respingere anzi che no i risultati ottenuti dal 8., e l'autore, naturalmente, non trascura di suggerirlo. Fortunatamente, il B. ha avuto il buon senso di intitolare la sua tesi: La morfosintassi ecc, come indicato sopra, perché qua sta il vero valore e il vero interesse di quest'opera: qualsiasi possa essere il destino di questo libro come «contributo allo studio storico dei rapporti, ecc. », rimarrà in ogni modo un buono studio storico dei PPS italiani di terza persona.

In questa giungla di forme e di usi sintagmatici in cambiamento costante, una tal ricerca deve condursi con la massima pazienza nel raccogliere i materiali, con la massima precisione nella classificazione e nel trattamento statistico delle trovate, e con la massima cautela nel trarre le conclusioni. La pazienza del B. non può che destare la nostra ammirazione; la sua precisione non lascia, a quanto pare, nulla da desiderare (non abbiamo, certo, potuto controllare tutto, ma le tante prove a caso che abbiamo fatto, non hanno stimolato la nostra eventuale malizia!). La sua cautela è molto grande, forse anche troppo, ma quest'ultima sarà reazione da lettore che abbia qualche volta certe difficoltà a orientarsi in tanta ricchezza di dettagli.

Il B. non si accinge a formulare ed applicare teorie e metodi nuovi, anzi la sua ricerca si svolge con metodi tradizionali, ma solidi e sicuri, in modo che in questo libro si troverà ben poco di controvertibile; è un lavoro che si distingue non per la sua originalità teorica, ma per la sua precisione e solidità metodologiche e anzitutto per la sua ricchezza di dati nuovi ed interessanti. Queste ultime affermazioni non verranno interpretate come critiche e nemmeno come riserve; anzi: il libro del Bostrom è secondo la nostra modesta opinione un ottimo lavoro che viene a colmare una sentita lacuna, una delle tante che esistono ancora nello studio storico della lingua italiana.

OSLO